Un'altra soluzione

scritto da Diodata
Scritto Ieri • Pubblicato 21 ore fa • Revisionato 20 ore fa
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Testo: Un'altra soluzione
di Diodata

UN’ALTRA SOLUZIONE

-Tu devi fare un’economia fino all’osso! Nella tua situazione devi saperti organizzare!
Gli occhi della signora aggettavano in fuori. Quella mattina sembrava davvero seccata.
-Sì- rispose Anna rarefacendo le parole- me lo dicono in tanti.
-Evitare di comprare sciocchezze- rimarcò.
- Io non mi drogo- fece la donna inscurendo il mezzo sorriso.
-Vabbè, adesso ho fretta - concluse la signora scuotendo la testa- per oggi ti do anche questi – e le porse la banconota- ma domani…
-Ah, domani niente- rassicurò Anna.
-Voglio sperare- il tono sapeva quasi di minaccia.
-Non si preoccupi- fece lei, mortificata.
- Ci mancherebbe… adesso ti saluto- troncò la signora.
-Arrivederci- disse Anna dirigendosi verso il marciapiede opposto.
Aveva intenzione di raggiungere i giardinetti. Di mattina non c’erano molti bambini schiamazzanti e, con la sua aria tranquilla, l’aspetto abbastanza gradevole anche se trasandato, la prendevano per una mamma o una baby-sitter. Lì avrebbe sempre potuto adocchiare qualcuno capace di pietà. Quando rivelava che, dopo la morte della madre, aveva subito lo sfratto e non disponeva più di una residenza, di solito le davano qualcosa. Poi la consigliavano di rivolgersi all’Ufficio Anagrafe, ai Servizi Sociali. Lei rispondeva che sì, era andata, però c’erano degli ostacoli, ostacoli insormontabili. Aggiungeva che soffriva di un disturbo, ma all’ASST le facevano iniezioni che le procuravano mal di testa e stordimento e lei non voleva più sottoporsi. Allora, quelli che l’avevano avvicinata non sapevano cosa rispondere.
Anna procedeva piano lungo il marciapiede tenendo attaccata alla spalla destra una sola tracolla dello zaino. Sapeva che era molto sporco ma non come risolvere il problema. Della Casa di Carità usufruiva due volte alla settimana per la doccia e per il lavaggio degli indumenti. Lo zaino serviva per contenere le sue cose e non poteva lasciarlo all’addetta.
La meta era abbastanza vicina, lei non aveva nessuna premura, poi col bel tempo tutti i santi aiutavano.
Ai giardinetti avrebbe mangiato le brioche regalatele dalla signora, mentre la porzione abbondante di riso con asparagi e il succo di ananas, inclusi nello stesso omaggio, erano destinati al pranzo di mezzogiorno: ottimo per lo scopo il pian terreno della biblioteca dove ci si poteva sedere a un tavolo e usare la toilette gratis.

Alle due era di nuovo per strada. La luce batteva accecante sulle lenti. Decise di andare al parco Belgioioso. Lì l’ombra ristorava e se avesse trovato una panchina libera, avrebbe potuto dormire un po’. Era un luogo rilassante, annesso a un palazzo d’epoca adibito a museo.
Dopo aver percorso pochi metri del vialetto, Anna notò la panchina libera sotto l’ippocastano, posta ai piedi di un lieve scoscendimento del terreno. La raggiunse immediatamente, vi si accomodò, sistemò lo zaino in corrispondenza della testa e chiuse gli occhi.
Nel dormiveglia iniziale le sembrò di udire il fischio del bollitore con cui la madre si preparava il tè. Desiderò assaporare delle tisane, soprattutto quella al finocchio o alla melissa che calmavano i crampi allo stomaco. Purtroppo, a parte il caffè che qualcuno le offriva, i pasti e le bevande calde rimanevano un’ipotesi remota. A volte anche le pietanze distribuite alla sera dai City Angels erano già fredde.
-Hai una moneta? - la voce incolore era arrivata improvvisa.
Si scosse lenta muovendosi con la sua mole per mettersi a sedere.
Guardò davanti a sé.
Un giovane alto e magro con una felpa nera, attraversata da una croce bianca, le stava davanti. Sembrava molto assonnato, sprigionava disagio e pretesa dalla sua postura molle.
Anna notò i capelli lunghi e scuri, raccolti in una coda come i suoi.
Lei, indolenzita, mostrò subito disponibilità: tirò la cerniera della tasca esterna dello zaino, prese il borsellino di pezza, lo aprì e gli porse cinquanta centesimi. Lui, senza ringraziare, fece dietro front.
Anna sistemò il borsellino nella tasca dello zaino. Chissà chi era quel tipo.
Si rimise in posizione supina ma non riusciva più a prendere sonno. Pensava ai senza tetto della città e ai loro giacigli di fortuna.
Quando c’era stato il nubifragio, un africano aveva dormito sotto un balcone basso dell’RSA. Là, a terra, con una coperta sottile e una cerata blu, esposto agli occhi del mondo.
Anna si rimise seduta, riprese lo zaino, lo aprì e tirò fuori il pacchetto di sigarette.
La signora le aveva detto di non comprare sciocchezze. Ma il fumo le serviva a calmare i morsi della fame quando doveva aspettare le nove per ricevere dai City Angels il pasto della sera che era un misto di odori. In quel modo aveva perso dieci chili.
E quella sera, dato che era mercoledì e gli Angeli non passavano, sarebbe andata da Rossopomodoro per acquistare una focaccia a tre euro e settantacinque e poi il caffè, con un goccio di latte perché lasciasse in bocca il sapore che le piaceva.


Erano le dieci inoltrate quando si decise a raggiungere il parcheggio per trascorrere la notte. Il parcheggio sotterraneo fiancheggiava le antiche mura della città. Lei aveva trovato uno spazio libero a ridosso di un muretto basso da scavalcare e vi aveva sistemato delle coperte. Il posto era abbastanza tranquillo perché a mezzanotte chiudevano il cancello e fino a mezzanotte passavano spesso quelli della Security. 
Stava percorrendo la viuzza acciottolata che sbucava sotto il Duomo quando, a qualche metro di distanza, vide di spalle la sagoma di un ragazzo ferma all’angolo della casa a torretta ai cui piedi c’era un paracarro. Le parve di riconoscere il tipo che nel pomeriggio le aveva chiesto la moneta. La postura non lasciava dubbi su quel che stava facendo. Si chiese perché compisse un gesto così, perché orinasse in pieno centro.
Si fermò, aspettò che si allontanasse e poi riprese a camminare. Giunta all’altezza del paracarro guardò : era tutto bagnato e luccicava sotto il lampione.
Anna accelerò il passo per raggiungere l’entrata del parcheggio. Improvvisamente non si sentiva più sicura in strada. Cominciò a scendere lungo lo scivolo e quasi subito avvertì dei passi concitati alle spalle. Non ebbe il tempo di voltarsi: il tipo, che aveva visto al Belgioioso, la raggiunse e le diede una spinta. Lei perse l’equilibrio e cadde finendo a poca distanza dallo spigolo del parcometro. Lui le fu addosso, dispose le gambe a forcella intorno al suo corpo, si chinò veloce e le strappò lo zaino. Frenetico si allontanò un po’ per aprire la tasca esterna e afferrare il borsellino. Poi scaraventò lo zaino a terra e spiccò una corsa in direzione dell’uscita.
Anna non aveva gridato ma adesso sperava che sopraggiungesse qualcuno, qualcuno della Security. Voleva far sapere, aveva bisogno di sfogarsi.
Una volante si fermò dalla parte opposta all’ingresso del parcheggio dopo una mezz’ora. Nella semioscurità della strada si notava il riverbero dei lampeggianti blu.
Anna, avvertendo dolore a uno zigomo e con la montatura degli occhiali sbilenca, aspettava seduta sul rialzo che costeggiava lo scivolo e, quando vide l’automobile, ebbe l’impulso di uscire fuori e di parlare con i poliziotti.
Ma poi immaginò la scena.
Quelli le avrebbero fatto mille domande, le avrebbero chiesto di sporgere denuncia e di andare in caserma. E poi di trovarsi un alloggio, che nel parcheggio non poteva stare, e aveva dieci giorni di tempo per organizzarsi, poi sarebbero arrivati i vigili per buttarla fuori.
Anna non aveva voglia di sopportare. Si rannicchiò dentro lo spazio che si era scelta per la notte. Il cancello automatico si sarebbe chiuso dopo poco. Doveva tacere, tenersi la paura, la rabbia, il male allo zigomo e la montatura storta. Guadagnare altre notti.
Nel frattempo, avrebbe pensato ad un’altra soluzione.








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